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child 945422 640Bangui, martedì 1 maggio 2018. Nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima, che sorge nella periferia della capitale della Repubblica Centrafricana, è festa grande. Il gruppo “San Giuseppe” ha organizzato una messa solenne alla quale partecipano oltre duemila persone. La chiesa, per quanto grande, non riesce ad accoglierle tutte e molte di loro sono riunite nel piazzale antistante dove, sotto gli alberi, i padri comboniani – che gestiscono la parrocchia dal 1967 – hanno sistemato delle panche. La celebrazione eucaristica prosegue festosa, tra canti, lettura della Parola di Dio e preghiere, fino a quando, al momento dell’offertorio, non si iniziano a sentire i primi spari. “Erano circa le 10.30 – 10.40. Erano spari come tanti altri che siamo soliti, purtroppo, sentire per le strade di Bangui. Mai ci saremmo aspettati il massacro che di lì a poco si è consumato davanti ai nostri occhi”.

A parlare è p. Moses Otii Alir, 38 anni, missionario comboniano originario di Kotido, in Uganda, parroco di Nostra Signora di Fatima dal 2013. Già testimone diretto dell’attentato del 28 maggio 2014 (in cui persero la vita 15 persone), p. Moses ha visto cadere decine di persone sotto i colpi degli attentatori. Tra questi anche p. Albert Toungoumalé-Baba, 70 anni, che era il responsabile locale della Commissione giustizia e pace. “Quando si è reso conto di ciò che stava accadendo – racconta p. Moses – mi ha detto: ‘Moses, dobbiamo continuare la messa’. Quelle sono state le sue ultime parole”.

SIR Servizio Informazione Religiosa - Cristiani massacrati in una chiesa di Bangui. Il racconto del parroco sopravvissuto