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Libertà di credo, Hare Krishna ancora senza riconoscimento: i limiti del quadro normativo

 

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Articolo di Camillo Maffia

 

L'approfondimento de “Il Fatto Quotidiano” del 3 febbraio 2018 sul caso degli Hare Krishna, i quali vedono ancora una volta la fine della legislatura senza che si sia giunti al riconoscimento della propria confessione, mostra tutti i limiti e le contraddizioni dell'attuale quadro normativo. La Costituzione, accanto al diritto di professare liberamente il proprio culto, non esclude una certa disparità. Anzitutto, c'è il Concordato, che pone logicamente il cattolicesimo in una posizione di superiorità rispetto alle altre religioni sul territorio. La Carta specifica poi che il governo stipulerà apposite intese con le altre confessioni, quelle minoritarie. Ma questo è oggi impensabile per due motivi. 

 

Il primo è che non si può realmente credere che il governo stipulerà intese con gli oltre ottocento gruppi presenti sul territorio, e nemmeno con un terzo fra questi. Anzi, il caso degli Hare Krishna dimostra che anche i gruppi più integrati e insediati da maggior tempo difficilmente riescono a ottenere la sperata stretta di mano col governo italiano. Vi sono inoltre due tipi di confessioni, diciamolo: quelle che è comodo strumentalizzare e quelle “inutili” in termini elettoralistici, cioè che non portano voti e non ne tolgono. La prima categoria comprende certamente i musulmani e tutti i gruppi bollati come “sette”; la seconda le minoranze religiose che non creano particolari problemi a nessuno, e dunque garantire i loro diritti è l'ultima delle priorità di chi ci governa, perché non ne trae alcun utile. Il secondo motivo è che tutti i gruppi che non sono in possesso di un'intesa sono soggetti alla legislazione sui “culti ammessi” di epoca fascista, quindi a una normativa precostituzionale. Ne consegue che il sistema attuale, in assenza di una legislazione più avanzata, consegna un quadro di disparità inaccettabile in un Paese democratico. I cattolici, cioè, godono di un sistema privilegiato; i gruppi con l'intesa hanno benefici fiscali, diritti riconosciuti etc., ma non hanno affatto gli stessi diritti dei cattolici; tutti gli altri sono soggetti alla normativa fascista. E' chiaro che un simile assetto di regole può produrre solo disuguaglianza sociale, e che il principio generico che garantisce il diritto a professare liberamente la propria fede non può essere realizzato in questi termini.HARE2

 

Senza voler modificare la Costituzione a tutti i costi, sarebbe necessaria una legge che vada a sostituire quella fascista, in modo tale che pur restando in vigore il Concordato e il sistema delle intese, gli altri gruppi possano riconoscersi in una normativa che garantisca i loro diritti essenziali. L'Italia ha inoltre firmato le linee-guida FORB (Freedom of Religion or Belief), varate dal Consiglio dell'Unione Europea per la tutela della libertà di religione, credo e coscienza; ma non ha adeguato la normativa dopo averle firmate, per cui non può in alcun modo adempiere ai principi cui ha aderito. Attualmente, vi sono delle proposte di legge che mirano a una regolamentazione delle confessioni sul territorio che garantisca i diritti umani fondamentali, ma hanno tutte il limite di riconoscere nel Ministero dell'interno, com'è attualmente, l'ente principale di riferimento. Questo ovviamente è incompatibile con il programma FORB e coi principi costituzionali, perché lo Stato dovrebbe anzitutto garantire i diritti umani e le pari opportunità, senza per questo trascurare gli eventuali problemi di sicurezza la cui disciplina spetta appunto al Ministero dell'Interno. L'esclusività della competenza nega a prescindere la possibilità che il diritto sancito dalla Costituzione sia attuato, perché non farebbe altro che certificare l'attuale stato delle cose, ovvero: da un lato i cattolici, dall'altro le minoranze con l'intesa, e da un altro ancora le altre centinaia di gruppi visti in una prospettiva securitaria. 

 

Quindi è evidente che sarebbe necessario, prima di elaborare una nuova normativa, porsi il problema di come implementare le linee-guida FORB e attuare pienamente il dettato costituzionale; e solo dopo individuare gli strumenti con cui realizzare questi obiettivi. Ad esempio, è sufficiente dare una scorsa al documento firmato dall'Italia per capire che solo un approccio interministeriale potrebbe garantire effettivamente una prima applicazione delle linee-guida – il che palesa immediatamente i limiti delle proposte di legge attualmente in campo. Se si considera inoltre la scarsa applicazione di FORB in relazione alle domande dei richiedenti asilo, come ha dimostrato fra l'altro il caso della Chiesa di Dio Onnipotente (di cui pure ci siamo recentemente occupati), emerge chiaramente come il nodo sia l'urgente necessità, per l'Italia, di rispettare gli impegni che ha preso in sede europea in materia di tutela dei diritti umani: un problema che purtroppo non riguarda soltanto la libertà di religione, credo e coscienza.