Contenuto principale

war 2646213 640«Sogno che un giorno tutti i militanti risponderanno dei loro crimini, non solo i capi come Abu Bakr al-Baghdadi, ma tutte le guardie e i proprietari di schiave, ogni uomo che abbia premuto un grilletto e spinto i corpi dei miei fratelli nelle fosse comuni, ogni combattente che abbia tentato di fare il lavaggio del cervello ai ragazzini inducendoli a odiare le loro madri per il fatto che erano yazide, ogni iracheno che abbia accolto i terroristi nella propria città e li abbia aiutati, pensando tra sé: “Finalmente possiamo sbarazzarci di quei miscredenti”. Dovrebbero andare tutti a processo di fronte al mondo intero».

Fino a pochi anni fa, il sogno di Nadia Murad era finire gli studi e aprire un salone da parrucchiera nel suo villaggio, nel nord iracheno, dove avrebbe acconciato sontuosamente le spose nel loro giorno più speciale. Ora, dopo essere stata strappata dalla sua vita semplice e serena e aver conosciuto la violenza inumana nascosta dietro al fondamentalismo religioso, vuole solo giustizia. Perché Nadia, ventiquattro anni, viso pulito che ha conservato, nonostante tutto, qualcosa dell’innocenza dei bambini, ha avuto la sorte terribile di sperimentare sulla sua pelle la folle barbarie del califfato nero, quando nell’estate del 2014 i militanti del sedicente Stato islamico, che stavano allargando la propria presenza in Siria e nella regione settentrionale dell’Iraq, spuntarono con il loro minaccioso convoglio di camion all’orizzonte del villaggio di Kocho.

 

Avvenire - Diritti. La yazida Nadia Murad: «La mia battaglia contro il Daesh»