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myanmar 2083640 640Una situazione così preoccupante da richiamare «i giorni più bui della dittatura militare»: con queste poche parole, agghiaccianti, lo storico di origine del Myanmar Thant Myint-U commenta ciò che sta vivendo il Myanmar, in un articolo pubblicato dal «Financial Times» il 17 ottobre. «L’attenzione di tutto il mondo — scrive — si è giustamente concentrata sulla crisi dei rohingya e sulle centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga, uno dei più grandi esodi di profughi dalla seconda guerra mondiale». Ma non è tutto: basterebbe un minimo peggioramento economico per minacciare direttamente il processo di pace nel paese, già molto fragile. Senza contare che l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), responsabile degli attacchi contro alcune postazioni della polizia che lo scorso agosto hanno scatenato l’ultima ondata di violenze, potrebbe colpire ancora, avverte lo storico. Insomma, non si tratta solo di gravi problemi umanitari ma anche di una gravissima crisi politica.

Minoranza musulmana non riconosciuta come tale, i rohingya vivono nello stato birmano del Rakhine, che li considera immigrati irregolari bengalesi. Apolidi e senza documenti, non hanno accesso ai servizi di base. Per quale motivo? Una delle ragioni principali è il timore della maggioranza rakhan buddista di perdere la propria identità. Come spiega Francis Wade, giornalista esperto di Myanmar che vive in Thailandia, «qualsiasi rivendicazione di diritti politici o economici da parte dei rohingya — per non parlare delle manifestazioni di violenza — è vista come il tentativo di indebolire l’identità etnica del Rakhine e, più in generale, il buddismo».

 

L'Osservatore Romano - Viene da lontano la tragedia dei rohingya