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door 1129338 640I. L'ecumenismo di Scalfari

 

Ennesima catastrofe di Eugenio Scalfari. Le tinte con cui il teologo autodidatta ha dipinto le celebrazioni ecumeniche del cinquecentenario della Riforma hanno provocato la sollevazione degli evangelici. NEV (Notizie Evangeliche) ha twittato: “Stavolta Scalfari ha dato il peggio di sé”. E non potrebbe essere altrimenti, perché vi ha mescolato tutti gli ingredienti del suo pensiero “laico”, dalla lotta all'eresia luterana all'unica religione pseudocattocomunista cui il mondo dovrà infine piegarsi, sempre sotto il giogo presunto del malcapitato Francesco, le cui affermazioni denotano invece rara consapevolezza e aprono una nuova fase nella storia cristiana. Questa nuova incursione del "teologo" non deve stupire né rattristare i protestanti, che possono anzi cogliere l'occasione per fare della buona teologia, perché come diceva Karl Barth "un cristiano fa della buona teologia quando si accosta alle cose con umorismo", e qui ve n'è veramente l'occasione. A dicembre del 2013, Scalfari decretò che papa Francesco aveva "abolito il peccato", lamentandosi però del fatto che non avesse ancora abolito l'inferno; al termine dell'articolo, evidentemente costretto a un'errata corrige, si scusava coi lettori per aver scritto che papa Francesco aveva canonizzato Ignazio di Loyola, fatto santo nel 1622, spiegando: "Ho probabilmente usato male il verbo 'canonizzare'". (Val la pena ricordare che nel 2009 aveva definito Benedetto XVI "un modesto teologo", probabilmente usando male la parola "teologo"). A settembre del 2014, stanco d'aspettare l'abolizione dell'inferno, il grande editorialista mise in bocca al Santo Padre che non vi è né inferno né purgatorio. Ovviamente, non c'era nulla di vero, ma Scalfari non si è fermato lì e non ha atteso molto per rivelare la sua vera ricetta per l'umanità, una sola religione di stampo coloniale, guidata sempre da Francesco, da imporre col fascino discreto della borghesia cattolica di sinistra all'intero pianeta.

E che dire di quando il papa scoprì d'aver agitato a sua insaputa, sui titoloni della testata, "il bastone contro i preti pedofili", prima dell'affrettata e attonita smentita? Dal doctor cerei di Repubblica ne abbiamo sentite ormai tante e abbiamo atteso invano che giungesse finalmente a descriverci l'aldilà, perché avrebbe indubbiamente raggiunto le vette di Aristofane e di Luciano: purtroppo, se l'è pigliata invece con Martin Lutero. Ma che volete, la figura dell'esegeta del pontefice non trova posto nel diritto canonico e con la crisi che c'è in giro era inevitabile che qualcuno si proponesse. Poco importa che sia l'alfiere della laicità e della sinistra bene ad essersi autonominato in questo ruolo, tanto più che papa Francesco è un pontefice "accettabile" per i radical chic: parla bene dei migranti, non va giù troppo duro coi gay ed è diventato di moda citarlo nelle chiacchiere terzomondiste sulla spiaggia di Capalbio. L'apologia cesaropapista di Scalfari è fuori tempo massimo quanto la sua visione di un pontefice che vaga per il pianeta a unificare le religioni sotto l'egida di Santa Romana Chiesa. Non è questo l'approccio della Chiesa, che non si pone assolutamente in questi termini, ma cerca di riflettere sulle distanze e su come colmarle. La frase-chiave della dichiarazione congiunta di Lund è infatti: "Ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide". Vi sono esponenti cattolici molto ben disposti al dialogo culturale con chi ha posizioni distanti da quelle della Chiesa laddove è in vista un importante obiettivo comune, a partire proprio dall'ecumenismo e dal dialogo religioso stesso, che sono spinti non dalle adulazioni da prima pagina, bensì dal bisogno di dare corpo al Concilio Vaticano II che nell'aprirsi al dialogo con le altre religioni e confessioni necessita di essere nutrito di momenti d'incontro e riflessioni propedeutiche al confronto con gli altri credenti, i non credenti e con la secolarizzazione. Il documento ecumenico congiunto firmato nella cattedrale di Lund mostra come la Chiesa non stia affatto pretendendo il rinnegamento dell'alterità per concedere il dialogo: al contrario, il papa ha fatto ammenda per la scomunica nei confronti del Lutero vituperato da Scalfari, con toni tali da spingere gli storici ad aggiornare in fretta la storia cristiana con la pagina più bella che le due chiese potessero scrivere.

 

II. Concretezza delle distanze teologiche

 

Ma qual è il destino tra cattolici e luterani? Anzitutto, Scalfari rivela di non capire affatto la differenza tra dialogo interreligioso e cammino ecumenico. C'è la stessa differenza che corre tra il passare una serata piacevole con persone molto diverse da noi e il ricomporre un matrimonio dopo un duro divorzio. La prima opzione richiede un briciolo di educazione; la seconda un'enorme dose di amore.

Le differenze teologiche, liquidate oggi dai commentatori delle grosse testate con superficialità e scarsa consapevolezza, permangono e sono abissali. Siamo abituati a pensarle come estenuanti discussioni sulla mariologia e la escatologia e così ce le rappresentano in questi giorni i giornali, come dispute teoretiche che poco o nulla hanno a che fare con la vita del credente. Non si considera che vi sono degli aspetti estremamente concreti. Non c'è bisogno di arrivare agli estremi: è chiaro che un appassionato di Rudolf Bultmann e un estimatore di Joseph Ratzinger hanno punti di vista inconciliabili, ma anche se si prende in esame un pensatore originale amato dai luterani quanto dai cattolici come Søren Kierkegaard si vedrà fino a che punto è letto in modi diversi, quando non opposti, da Karl Barth e da Cornelio Fabro. Perciò la spinta post-conciliare al dialogo interreligioso aiuta il cammino ecumenico, ma non lo determina, perché si configura l'aspetto teologico. E' chiaro che un cattolico e un luterano s'emozionano davanti all'esempio umano di Dietrich Bonhoeffer: ma come si rapporteranno col modo audace in cui il pastore si cimentava con Nietzsche? Chi pensa che questa sia tutta aria fritta non si rende conto di quanto erti siano gli scogli, a cominciare da quello dell'approccio ermeneutico. Ed è chiaro che un cammino di riavvicinamento non può essere fatto chiudendo a chiave cinquanta studiosi e facendoli uscire solo quando hanno trovato un punto d'incontro. La Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del '99, citata da Scalfari, è certamente importante, ma è un punto di partenza e non d'arrivo.

Anche le distanze politiche sono specchio di quelle teologiche e derivano in buona parte dal grado in cui si fa propria una visione ermeneutica: questo vale per i temi più spinosi come il testamento biologico e le unioni civili, ma anche per il ruolo della donna nella chiesa e nella società, fino a definire il compito stesso del cristiano nella storia. Di questo Scalfari non si occupa, né considera il fatto che al dialogo bisogna anche sommare le difficoltà poste dai dibattiti interni. Una cosa è il rispetto del pluralismo religioso, una cosa è il riavvicinamento tra le confessioni di una religione: cambia il merito e il metodo.

Questioni come le dissertazioni sul diavolo possono infatti sembrare marginali, ma non è così se si pensa a come influenzano il problema del rapporto dell'uomo con il male e con il peccato. E' la relazione dell'individuo con l'universale a essere chiamata in causa nella discussione tra cattolici e protestanti! Prendiamo proprio il problema del diavolo: poniamo che un credente faccia a pugni. Certo questo è incompatibile con una visione cristiana: nel ripensare a ciò che lo ha spinto a compiere questo atto, realizza di essere stato tentato. Ma la tentazione viene in prevalenza dall'interno o dall'esterno? Questo cambia il movimento che deve compiere per difendersi. Se la tentazione viene anzitutto dall'interno, occorre che inneschi un processo di autoanalisi e solo di conseguenza dovrà modificare alcune abitudini della sua vita. Se viene dall'esterno, la prima cosa da fare è cambiare certi aspetti della sua esistenza per consentire a se stesso un percorso interiore. Leggendo Domande sul diavolo del pastore valdese Gregorio Pesclan ed Esorcisti e psichiatri di padre Gabriele Amorth si accorge che in un caso gli tocca procedere in una direzione e in un caso nell'altra. L'obiettivo è certamente il medesimo: nella stessa situazione, non deve fare a pugni. Ma cambia radicalmente il modo in cui lo può raggiungere.

Le questioni teologiche sono quindi estremamente concrete, perché condizionano le scelte e quindi l'esistenza stessa. Neppure il problema dell'ermeneutica è un fatto che si circoscrive a chiacchiere tra studiosi. Se si è giunti alla conclusione che, essendo soggetti all'errore, per salvarsi dall'angoscia della propria fallacia si deve fare non ciò che si vuole, ma ciò che Dio vuole da noi, capire quali sono i termini della rivelazione in rapporto a questa volontà diventa la questione più importante della propria vita: può modificarla drasticamente e radicalmente. Immaginiamo che un credente s'innamori di una persona del suo stesso sesso. Se prende letteralmente quanto contenuto nelle Scritture, dovrà concludere che è stato abbandonato a una passione impura e deve fare il possibile per distaccarsi da essa; dietro il suo amore si nasconde una tentazione a compiere comportamenti che lo allontanano da Dio. Se invece interpreta le Scritture pensando all'epoca in cui sono state redatte e analizzandole nel loro contesto, impiegherà poco a realizzare che a quei tempi non si pensava neppure ai rapporti omoaffettivi, che i rari riferimenti biblici riguardano singoli atti di concupiscenza e non si applicano in alcun modo al progetto di vita che può costituirsi a partire dall'amore tra due persone, che siano o meno dello stesso sesso. Nel primo caso deve lasciare il proprio compagno o compagna, nel secondo deve restare al suo fianco! E - cosa più importante - in una visione letterale commette peccato se non lo lascia, mentre secondo un approccio ermeneutico storico-critico invece il peccato potrebbe situarsi proprio nel momento in cui lo abbandona, se l'altro lo ama. L'impegno trasversale nella cristianità a ridurre il cristianesimo alla pappetta d'una moralina imbecille non può impedire alla Croce di essere una scelta drammatica né di porsi al problema di come portarla. La distanza teologica non è un problema astratto e condiziona la vita del credente in ogni minuto, al punto di poter determinare le sue scelte in modo radicalmente opposto.

Certo, poi c'è tutto quel che unisce: perfino relegando la verginità di Maria a teologumeno ci si può commuovere leggendo il Magnificat in quanto la distanza teologica non determina il valore esistenziale delle Scritture, ma le scelte che a loro volta determinano l'esistenza stessa. Se immaginiamo che la Bibbia sia una luce che illumina la vita di chi crede, la teologia è una lente che come tale non intacca né l'intensità né il calore della fonte, ma altera il modo in cui si vede attraverso quella luce i colori, le ombre, i contorni degli oggetti. Certo illuminerà con la stessa forza il viso della persona che il credente ama, ma vedrà quel volto in maniera diversa a seconda della lente che indossa. Qui l'uomo potrebbe vedere una donna cui è stato unito infinitamente da un inviolabile sacramento, più fragile rispetto a lui, e si troverà davanti alla doppia responsabilità di mantenere unito il legame davanti a Dio e di prendersene cura: lì una donna invece più forte di lui, di cui deve certamente prendersi cura e verso cui ha grandi responsabilità, ma che potrebbe perfino guidarlo al punto di amministrare i sacramenti anche per lui. In entrambi i casi lui l'ama ed ama Dio: ed è qui il punto.

 

III. “Ciò che ci unisce”

 

La chiave del riavvicinamento tra cattolici e protestanti si vede infatti nei piccoli gesti che compongono il percorso ecumenico, i doni reciproci durante le rispettive celebrazioni, le preghiere assieme: ed è l'amore assoluto e incondizionato di Dio e verso Dio. Ma siccome se si dà mostra di amare Dio si è subito guardati con disprezzo, ironia, sarcasmo, dileggio se non odio, questa chiave non entra mai nel dibattito mediatico e men che meno può emergere su una testata come Repubblica, che auspica una crociata moderna, cattocomunista, borghese e perbene, fondata sull'autorevolezza anziché sull'autorità, immaginando quindi qualcosa che la Chiesa non cerca neppure. Resta il fatto che cattolici e protestanti pregano assieme perché amano Gesù Cristo, perché avrebbero voluto essergli contemporanei per poter toccare la sua veste e vederlo sorridere in carne, perché quando guardano a una creatura pensano che per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. Ciò è considerato oggi più che mai scandalo e follia, perciò è inutile aspettarsi che qualche illustre commentatore ne prenda atto o che comprenda la semplicità del fatto che le distanze teologiche sono determinanti e proprio per questo possono essere superate solo alla luce di questo amore. Liquidare le questioni teologiche è solo un atto di superficialità, ma il motore dell'ecumenismo è l'amore e non può essere altrimenti, anche se dirlo significa esporsi al ridicolo: l'ennesimo adulatore del papa non sarà dileggiato, tanto più se è ben nascosto dietro la maschera dell'alfiere della laicità; ma l'uomo che avesse il coraggio di dire pubblicamente che ama Gesù sarebbe subito sommerso di vignette su Facebook, che sforerebbero ogni limite di crudeltà. Benché la mente che guida il cammino ecumenico sia saldamente tesa all'arduo confronto sulle questioni teologiche, il cuore è interamente rivolto all'amore di e per Cristo. Bisogna sottolinearlo al fine di conservare quel briciolo d'onestà intellettuale che il terrore del pubblico ludibrio e il rifiuto categorico della trascendenza e della metanoia trattengono dall'esprimere. Non si può parlare di dialogo religioso negando la religione né vivere nella paura dei contemporanei, i quali continueranno da un lato a farsi beffe del sentimento religioso nella sua forma più autentica al pari della trascendenza e dall'altro a vedere la Chiesa come una minaccia da combattere o un potere da arruffianarsi secondo la convenienza e non come comunità dei cattolici, la cui apertura verso i protestanti e viceversa è contrassegnata da questi due momenti: la complessa riflessione teologica da un lato e la semplice condivisione amorevole dall'altro, di cui il primo è determinante - ma è il secondo ad essere risolutivo. I giornali insistono sulla misericordia per spiegare le celebrazioni e non spiegano proprio nulla, perché la misericordia è un atto dell'amore e va collocato sul piano della categoria cui appartiene se si vuol sperare di capire qualcosa anziché complicare ulteriormente la questione.

La vita quotidiana di un cattolico e di un luterano è, al di là di ogni distanza, irrimediabilmente cambiata in seguito all'accettazione per fede del fatto che Dio ami il genere umano al punto d'aver sacrificato il suo unico Figlio per lavare le nostre colpe, da cui segue - ogni giorno, ogni momento - l'impossibilità d'immaginare un amore più grande, l'infinito significato che questa consapevolezza dà a ogni ora della vita del credente e la comprensione della profonda inadeguatezza della nostra capacità di amare. E se è vero che possono scegliere in modo opposto questo o quello per via della profondità delle differenze teologiche, che possono riconoscere un ruolo diverso alla ragione e vivere in modi opposti il momento della eticità, è vero anche che il credente è comunque in ogni momento esposto ad andare oltre la ragione e l'eticità per compiere delle scelte impossibili da comunicare in virtù della fede stessa, e che a quel punto egli può esprimersi solo col silenzio; non si può liquidare le difficoltà nel dialogo, ma occorre anzitutto capire quanto l'essenza dell'ecumenismo risieda non tanto nel dialogo nella società quanto nel silenzio della fede da cui sgorga l'amore e solo dopo il dialogo come atto d'amore in cui la parola è figlia del silenzio che la precede. Per cinquecento anni ogni tentativo di dialogo avveniva nel momento dell'eticità ed era costantemente condizionato da questa, dalle sue evoluzioni, anche da quelle strumentalizzazioni politiche citate in modo chiaro e netto dal pontefice in Svezia. Questo però è incompatibile con il cristianesimo che richiede un momentaneo ritiro dalla società: non importa quanto duri, che implichi anni o una impercettibile frazione di secondo, c'è sempre una fase in cui il credente è solo davanti a Dio, in cui molla le reti da pescatore, lascia il suo lavoro e segue Cristo e solo dopo lo ritroveremo a pescare, una volta che è avvenuta la Passione e la Risurrezione. Senza questo passaggio non c'è fede, solo la moralina sociale su cui si fonda purtroppo buona parte della cristianità e che ha realmente determinato anche i rapporti tra le confessioni. Ma in quel momento di solitudine in cui il credente scopre Dio ogni cosa diventa possibile e al suo ritorno nella eticità è tanto carico d'amore che se si rimette a pescare, a lavorare o a dialogare come stava facendo un istante prima gli esiti possono essere radicalmente opposti. Questo percorso che il credente affronta nella metanoia è impossibile a livello collettivo, ma ciò non impedisce alla collettività di concederlo al credente e di far tesoro delle verità a cui giunge non appena ritorna dalla conversione e parla alla luce dell'amore. Negli ultimi cinquant'anni e soprattutto nell'ultimo decennio cattolici e luterani sono esistiti separatamente nella società e si sono incontrati appena fuori, per poter parlare mossi unicamente dall'amore, e affrontare ogni sviluppo etico solo di conseguenza. E' precisamente questo che ha consentito l'improvviso passo in avanti del dialogo ecumenico: prima che ce ne accorgessimo, il parroco e la pastora stavano celebrando insieme e nessuno di noi sarebbe in grado di dire precisamente quando questo è avvenuto proprio perché è accaduto fuori dalla roboante sfera dell'eticità, nell'intimità di quella religiosa. Ecco perché le continue bordate con cui la società tenta di danneggiare l'ecumenismo, incluse le “rivelazioni” di Scalfari, non sortiscono oggi quegli effetti dirompenti che per secoli avevano impedito perfino la possibilità di un riavvicinamento. Solo ora che non può più impedirlo la società inizia ad accorgersi che c'è stato questo incontro.

L'amore, come mostrano le parole di Francesco alla cattedrale luterana di Lund, è la determinazione fondamentale della dialettica ecumenica. “Dobbiamo rimanere uniti”, ha detto in questi giorni. L'amore innesca al tempo stesso il processo dialogico e quello dialettico, ponendosi come il comune denominatore: ogni altra categoria può essere oggetto del contendere, perfino la concezione della vita oltre la morte e dunque la percezione stessa del rapporto con l'infinito, ma l'amore non lo sarà, per sua stessa natura e proprio in virtù del fondamento teologico che lo sorregge, poiché com'è noto tutto ammette, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta. Non è un caso che il documento ecumenico congiunto firmato in Svezia abbia un forte carattere umanitario. L'amore non può farci dono di una teologia, ma di una teleologia ecumenica: è l'amore cioè che determina la possibilità che l'ecumenismo abbia in sé una sua propria teleologia. Il suo è al tempo stesso un divenire, una causa e un fine che trasforma e innesca il processo dialettico con il solo scopo di essere raggiunto. Ecco perché la chiave adottata in questa fase del dialogo ecumenico da entrambe le parti è l'unica possibile e richiede il sacrificio di ogni pretesa egemonica da articolessa. Con buona pace di Scalfari.