Solo nell’ultimo decennio in Italia sono state denunciate le condizioni di vita dei detenuti in carcere, condizioni che sono progressivamente peggiorate a causa del sovraffollamento. Recentemente un intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha sanzionato l’Italia per trattamento inumano e degradante, sollecitando la soluzione di tale problema. Se di carceri quindi si è iniziato a parlare, sono ancora molte, però, le questioni d’emergenza ignorate o spesso non condivise e tra queste c’è il diritto all’assistenza religiosa. Proprio lo scorso 30 marzo 2016, in merito ad un ciclo di corsi organizzati a Milano sul tema delle religioni in carcere, è intervenuto così il segretario provinciale della Lega Nord di Milano, Davide Boni: «Sarebbe bene che queste persone scontino la pena nel proprio paese di origine […] I corsi dovrebbero essere fatti non agli agenti, ma agli stessi stranieri, insegnando loro quali siano i valori fondanti della nostra società, che devono essere rispettati per potere vivere onestamente in questo Paese.»
Cos’è il diritto all’assistenza religiosa ce lo spiega Massimo Rosati, professore di Sociologia generale dell’Università di Roma Tor Vergata, con l’articolo del 7 gennaio 2013, Religioni in carcere, pubblicato nel blog online Reset.
Il professore, sul tema delle religioni in carcere, ha spiegato così il significato: «Di cosa parliamo? Della possibilità di pregare secondo le regole del proprio culto, che non sempre rimettono la preghiera al solo foro interiore della coscienza, ma chiedono tempi e spazi precisi, difficili da armonizzare con tempi e spazi della vita del carcere; della possibilità di celebrare liturgie specifiche; della possibilità di seguire norme alimentari specifiche; della possibilità di vedere trattato il proprio corpo – in carcere si sa, tutto impatta sul corpo – secondo norme particolari (dalle cure igieniche a quelle mediche); della possibilità di avere assistenza spirituale e/o relative all’applicazione di norme religiose in un contesto così difficile mediante il rapporto con un ministro di culto della propria tradizione o con un rappresentante della propria comunità; della possibilità di avere accesso ai testi sacri o ad altri simboli religiosi considerati sacri; della possibilità stessa di venire informati in modo completo ed esauriente circa le condizioni del diritto al culto dietro le sbarre. »
Reti solidali: Religioni in carcere Praticare la propria fede è un diritto