
“Soltanto chi grida per gli ebrei può cantare anche il gregoriano”, diceva Dietrich Bonhoeffer. Hebron è un luogo militarizzato, dove la speranza della pace e del dialogo, anche quando è intensa e dettata da una fiducia profonda, si smarrisce e vacilla. È il luogo della tensione, sacro per gli ebrei e per gli arabi: in linea di massima, l'ultimo posto in cui sarebbe intelligente accendere una discussione.
Immaginiamo una coppia sull'orlo del divorzio, che riesce ancora a sorridere se la sera danno alla televisione un film amato da entrambi che si sono recati a vedere per la prima volta negli anni dell'innamoramento, ma che esplode irreparabilmente all'arrivo della suocera: un consulente matrimoniale che, nel tentativo di riappacificarli e creare un equilibrio tra loro, adempisse a questo suo mandato invitando a cena la suocera per poi difendere a spada tratta le argomentazioni di un coniuge contro l'altro, sarebbe un perfetto imbecille e non durerebbe a lungo nella sua professione.
Eppure, l'Agenzia delle Nazioni Uniteche si occupa della tutela del patrimonio artistico-culturale, l'UNESCO, è intervenuta su Hebron con la stessa delicatezza e, soprattutto, con analoga intelligenza. La risoluzione, passata con 12 voti a favore, 3 contrari e 6 astenuti, era stata proposta per “mettere in sicurezza” il sito di Hebron. Già il comitato di esperti, l'ICOMOS, aveva dato parere negativo, mancando alcuni requisiti essenziali ed essendo beatamente ignorata gran parte della storia ebraico-cristiana, ma gli Stati membri della commissione hanno votato ugualmente a favore.