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sky 178981 640La giurisprudenza, ancora una volta, deve sostituirsi al legislatore e se la cava come meglio può. E’ questo l’elemento che accomuna le recenti vicende in materia di religione e credo, dalla riapertura della moschea a Roma alla discussa sentenza della Corte di Cassazione in merito al kirpan, il coltello rituale che i Sikh battezzati devono, in quanto precetto, obbligatoriamente indossare.

Un oggetto sacro, quindi, e non volto ad offendere, come la comunità non si stanca di ribadire sottolineando che non vi sono casi registrati in cui un Sikh battezzato l’abbia utilizzato come arma. Non stupisce dunque che in altri Paesi – Inghilterra, USA, Canada – la legge consenta al proprietario di portarlo. Ma questo spetta appunto al legislatore, non al giudice; il quale, obtorto collo, s’è visto obbligato ad un pronunciamento e nel caso specifico ha espresso, duole dirlo, un principio morale, peraltro discutibile nella sua eccessiva vaghezza, in base al quale i migranti devono conformarsi ai valori della società che li ospita. Una formula etica, al limite, ben lontana dall’applicazione di un enunciato giuridico che come tale in Italia non esiste: questi valori non sono codificati da nessuna parte. E così la giurisprudenza si complica. Accade lo stesso con le moschee: in assenza d’una legge nazionale che regoli l’edilizia di culto, ora arrivano i vigili a chiuderle, ora i giudici le riaprono; una situazione inaccettabile, frutto di un’inerzia parlamentare che dura ormai da lunghi decenni.

In sostanza, le persone che appartengono a minoranze religiose che non sono giunte ad una Intesa col governo italiano non sanno veramente che fare. Vogliono pregare: l’islamico si reca alla moschea, ma si pone il problema della destinazione d’uso, perché il locale è un C1 o C2, dunque i vigili, inevitabilmente, lo chiudono; allora parte il ricorso, i tribunali già intasati di procedimenti lo discutono e non potendo vietare alla gente di praticare il proprio credo, sulla base del dettato costituzionale, riaprono la moschea. Al Comune non spetta solo vigilare sugli abusi edilizi, ma anche garantire la libertà di religione; a sua volta però non può fare affidamento su una normativa nazionale e i musulmani sono terreno di propaganda: qui l’amministrazione ha timore di ripercussioni politiche nel tutelare questo diritto inalienabile e lì si varano apposite leggi anti-moschee che a loro volta finiranno alla Corte Costituzionale, dove saranno dichiarate illegittime.


Questo avviene perché i giudici devono applicare le leggi, ma se il Parlamento non le fa i magistrati non se le possono certamente inventare. Fatto sta che ora i Sikh si trovano in una situazione di serio disagio, la parità garantita dalla Costituzione è di fatto disattesa e la sentenza in questione rischia di prestarsi a facili strumentalizzazioni. Eppure non è difficile trovare soluzioni: come spiega Massimo Introvigne in una recente intervista su Tempi, sono state adottate leggi ad hoc per la macellazione halal, al fine di consentire agli islamici i diritti di culto; non sarebbe difficile, com’è stato fatto all’estero, codificare anche il kirpan, tanto più che l’antica comunità è ben disponibile e lieta di adattarsi alla legislazione, ad esempio riducendo la lunghezza della lama, purché si consenta loro l’osservanza (tanto più che su 150.000 praticanti in Italia solo il 10% è battezzato e porta effettivamente con sé l’incriminato coltello). Ma anche in questo caso ci troveremmo di fronte all’ennesima leggina che consente un diritto specifico, lontani da quella universalità dei diritti che lo stesso pronunciamento della Cassazione finisce col mettere in discussione, in quanto l’indiano multato non è stato giudicato come cittadino né come persona umana, ma come migrante, categoria a parte cui viene impartita, di fatto, una opinabile lezione di civiltà.

Uno slogan del Coordinamento Associazioni Islamiche del Lazio recita: “Non c’è una norma per essere a norma”. Una sintesi mirabile della legislazione sulla libertà religiosa nel nostro Paese, visto che già nel 2010 il Consiglio di Stato ha stabilito che, non essendo legittimo impedire alle comunità di pregare, in assenza di una normativa apposita i Comuni dovrebbero garantire i diritti di culto mediante i censimenti e il piano urbanistico, individuando cioè le modalità per consentire la pratica e quindi l’edilizia di culto che preveda la corretta destinazione d’uso. Una decisione inevitabilmente salomonica: se sul piano giuridico è l’unica scelta possibile, proprio in virtù di quel vuoto normativo che è all’origine della situazione, dal punto di vista pratico il rispetto di questo pronunciamento rischia di tradursi in un farraginoso guazzabuglio burocratico visto che, come ricorda Francesco Tieri del CAIL, i Comuni in Italia sono più di 8.000.

Eppure lo Stato avrebbe tutto l’interesse nel farsi carico di disciplinare l’edilizia di culto visto che, se davvero la lotta al terrorismo non è uno slogan volto a coprire manovre geopolitiche ma un intento concreto, allora viene da chiedersi: che cosa è meglio? centinaia d’islamici che pregano in magazzini e scantinati o, peggio, in clandestinità a causa della chiusura dei luoghi adibiti all’osservanza – facili bersagli della propaganda jihadista – oppure regolari moschee che rientrano nei criteri edilizi relativi alla destinazione d’uso? Avviene però il contrario: il pericolo degli attentati è stato finora unicamente strumentalizzato per norme regionali, come quelle applicate in Lombardia e Veneto, che pongono ostacoli ancora maggiori; e a livello nazionale lo stesso spauracchio è stato usato per bloccare e rimandare le Intese con la comunità musulmana. Si tratta di una delle tante responsabilità politiche dei partiti come la Lega, ovvia conseguenza della campagna elettorale permanente in questo Paese.

Il problema fondamentale continua ad essere, come avviene purtroppo per altre minoranze a partire dai rom, l’approccio securitario anziché paritario alle politiche di convivenza: e non è un caso se in tutti questi anni la libertà religiosa è stata ad appannaggio essenzialmente del Ministero dell’Interno e non delle Pari opportunità come il rispetto di queste ultime vorrebbe. Ma se non c’è parità non può esserci neanche sicurezza, perché dove i gruppi minoritari vengono trattati unicamente come un pericolo o una grana da risolvere non si può neppure immaginare un’effettiva inclusione.