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allah 1835630 640Nell'apprendere la notizia di un Patto Nazionale con l'islam italiano, sulle prime si resta perplessi. Il nostro sistema legislativo, peraltro inadeguato allo stesso dettato costituzionale, prevede delle apposite intese tra il governo e i gruppi religiosi: non è chiaro per quale ragione gli islamici dovrebbero seguire un iter diverso rispetto a quello percorso da altre confessioni sul territorio.

Essendo poi il Patto con il Ministero dell'Interno, sembra quasi che gli islamici debbano essere visti come una questione di sicurezza piuttosto che come una comunità cui spettano diritti e doveri in nome dell'uguaglianza sancita. E' sempre opportuno ricordare come i musulmani siano anzitutto vittime dei gruppi di terroristi e fondamentalisti che non si sono finora fatti scrupolo di fare stragi fra i propri correligionari.

Sembrerebbe quindi logico affrettare la procedura di un'intesa con la comunità islamica, perché per difendersi dagli estremisti bisognerebbe per prima cosa dare tutele concrete alla maggior parte del gruppo che si trova oggi bersagliato dalla discriminazione da un lato e dal terrorismo dall'altro. Recentemente alcune persone di religione islamica hanno manifestato a Roma per poter pregare alla luce del sole e dovrebbe essere interesse proprio di chi ha a cuore la sicurezza concedere spazi di trasparenza anziché confinare i culti alla clandestinità, con tutti i rischi che ne derivano. In una situazione come questa l'accordo col ministro Minniti è certamente un passo avanti, ma al tempo stesso bisogna purtroppo constatare come non vi siano mutamenti sostanziali nel riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone di religione islamica.

Ben più concreto appare invece il tentativo del Ministero di chiedere ad alcune associazioni islamiche un impegno nella lotta al terrorismo che è difficile ottenere se la comunità giace priva di tutele, in balia di leggi anti-moschee, ordinanze di sgombero degli edifici di culto, ricorsi, sentenze e anche la stessa minaccia terroristica che riguarda in modo diretto quelli che vengono approssimativamente chiamati “islamici moderati” e che in più occasioni si sono rivelati il primo bersaglio degli estremisti. E' questo il punto debole del Patto, il “girare intorno” alla libertà di religione e credo, aggravato da un quadro legislativo ancora carico del retaggio fascista e dall'assenza di una legge che regoli democraticamente la vita delle comunità sul territorio, senza la quale i gruppi che non possiedono un'intesa sono ancora soggetti alla legislazione sui “culti ammessi”, precedente alla Costituzione stessa. In quest'ottica non si può non rimanere perplessi di fronte alla concezione di un percorso differenziato per l'obiettivo dell'intesa: un paradosso, visto che il traguardo è proprio quello della tutela delle pari opportunità. Non stupiscono quindi i rilievi da parte della comunità islamica, sottolineata anche da associazioni firmatarie come la COREIS che pur aderendo ha lamentato “vizi di metodo”.

Da un lato quindi la volontà d'inclusione e di dialogo e dall'altra contraddizioni che suscitano reazioni contrastanti all'interno della comunità islamica, senza nulla togliere al profondo valore simbolico di questo momento d'incontro. Resta comunque il dato di una legge sulla libertà religiosa ferma in Parlamento ormai da tempo immemorabile e d'una Costituzione inapplicata quanto gli impegni internazionali che l'Italia ha ratificato, a partire dalla Carta europea dei diritti dell'uomo e, non ultime, le linee-guida del programma FORB elaborate dal Consiglio UE. Si tratta di norme e principi che vorrebbero una visione d'insieme volta a inquadrare il crescente pluralismo religioso in un sistema di riferimento concreto, abbandonare una visione securitaria e puntare al riconoscimento delle libertà, che non possono essere negate in virtù del terrorismo, sia perché è obiettivo del fondamentalismo precisamente la negazione delle libertà sia perché è improbabile una collaborazione concreta da parte di un gruppo che giuridicamente non esiste.

Proviamo a spiegarlo con un esempio: immaginiamo il proprietario di un condominio, che gestisce diversi appartamenti in affitto. Un bel giorno scopre che alcuni inquilini sono dediti ad attività illegali e che minacciano o corrompono gli altri residenti. Se il padrone vuole vederci chiaro, certo la cosa più saggia da fare è incontrare gli inquilini in cui ha maggiore fiducia: chi potrebbe negarlo? Ma se i residenti sono tutti quanti senza contratto, il problema rimane. Non solo gli inquilini di fiducia possono fare ben poco, costretti a vivere alla giornata in assenza di garanzie, ma lo stesso proprietario avrebbe serie difficoltà a gestire la situazione, perché in quel palazzo lì, ufficialmente, non ci abita nessuno. Non farebbe meglio a mettere tutti quanti in regola, per tutelare sia se stesso che i residenti onesti, assumersi le responsabilità del suo ruolo e rispettare gli impegni che ha preso? E' questo che lascia l'amaro in bocca della recente iniziativa del governo italiano: bene aprire un dialogo con la comunità islamica, ma serve a poco fin quando questa non avrà alcuno status giuridico e il paese non adempirà tanto al dettato costituzionale quanto agli accordi internazionali sia tramite l'intesa che introducendo una normativa valida. E' giusto chiedere responsabilità ai rappresentanti di un gruppo, ma è difficile ottenere risultati se questo è privato delle libertà basilari.

Il problema infatti rimane: come si può chiedere a chi non possiede un'autentica libertà di gestire quest'ultima in modo responsabile?